L’INDICE DI INDIVIDUALITÀ DELLA VITAMINA D: PERCHÉ IL TUO 25(OH)D3 NON VA CONFRONTATO CON NESSUN RANGE

PRIMO ARTICOLO DI DUE CHE ANDRANNO IN COPPIA.
NEL PRIMO RISPIEGO MEGLIO CHE IL 25OHD3 PER MISURARE I “LIVELLI” DI VITAMINA D E’ UNA TRUFFA
NEL SECONDO SPIEGHERO’ COME MIGLIORARE QUESTO PARAMETRO CHE NON E’ ALTRO CHE UN MARKER INFIAMMATORIO.

I valori della vitamina D, in Italia, si consumano sempre nello stesso rito: un prelievo, un referto, un confronto col range stampato accanto al numero. Poi la frase: “è basso”. Quel rito contiene due errori in un gesto solo, e questo articolo li smonta entrambi con i dati di laboratorio pubblicati, non con le opinioni. Il primo errore: credere che il numero del sangue rappresenti lo stoccaggio reale della vitamina D nel corpo. Non lo rappresenta. Il secondo errore: credere che quel numero vada confrontato con un range di popolazione. La statistica clinica lo vieta, con un indice che per il 25(OH)D3 vale 0,04: uno dei valori più bassi mai misurati in laboratorio.

E centrare un range tutto l’anno, per un ormone costruito dall’evoluzione per seguire il sole, non è solo ridicolo. È antievolutivo.

IL GESTO LITURGICO

Il medico ti manda in laboratorio di analisi cliniche e dopo qualche giorno esce un referto con un numero e un intervallo di riferimento (oltretutto diverso da laboratorio a laboratorio). Se il numero sta dentro l’intervallo, stai bene. Se sta sotto, sei “carente” e parte la pasticca. Nessuno, nel rito, si chiede mai due cose:

A) quel numero cosa sta MISURANDO davvero;

B) quell’intervallo con cosa lo stai confrontando davvero.

Valori della vitamina D: il prelievo misura il pool circolante, non lo stoccaggio reale

Sono le due domande che nessun referto si pone, e sono le due domande che decidono tutto. La letteratura di laboratorio le ha poste, e ha dato risposte che distruggono il rito dall’interno. Andiamo con ordine.

I VALORI DELLA VITAMINA D NON SONO IL TUO MAGAZZINO

Il prelievo misura il pool circolante: la frazione di 25(OH)D3 che viaggia nel sangue legata alla proteina di legame (DBP). È un campione della merce in transito, non l’inventario del magazzino. E la differenza tra le due cose non è un dettaglio: è la differenza tra chi ti dice cosa circola e chi ti dice cosa possiedi.

A) IL SIERO È UN CAMPIONE, NON UN INVENTARIO. La vitamina D si deposita in tessuti che il prelievo non tocca: il tessuto adiposo e il tessuto muscolare. Il numero del sangue è un indicatore inutile, non rappresenta lo stoccaggio reale. Puoi avere depositi pieni e un numero modesto, ed è esattamente ciò che i dati mostrano NELLA GRAN PARTE DEI CASI.

B) LA DILUIZIONE VOLUMETRICA. Uno studio diretto da Heaney, uno dei massimi esperti di metabolismo della vitamina D, l’ha quantificato: a parità di dose assunta, il sierico cala all’aumentare della massa corporea, e a spiegare il fenomeno è la diluizione volumetrica, cioè lo stesso quantitativo disciolto in un corpo più grande, non un misterioso “sequestro” (Drincic et al., Obesity, 2012, PMID 22262154). Tradotto: il tuo numero dipende anche da quanto sei grosso. Il range invece no.

C) LA FRAZIONE LIBERA E LA TUA GENETICA DEL TRASPORTO. Qui arriva il colpo più duro, dal New England Journal of Medicine. Powe e colleghi hanno confrontato neri e bianchi americani: i neri hanno numeri totali di 25(OH)D3 più bassi, e per decenni la medicina li ha dichiarati “carenti” sulla base di quei numeri. Ma i polimorfismi della DBP che circola più frequentemente nelle popolazioni di origine africana fanno sì che la frazione biodisponibile, quella che le cellule possono effettivamente usare, sia la stessa dei bianchi (Powe et al., N Engl J Med 2013;369:1991-2000, DOI 10.1056/NEJMoa1306357). Il test totale misura il taxi, non il passeggero. Mezzo continente è stato etichettato “deficitario” leggendo la genetica del trasporto e chiamandola malattia.

Metti insieme A, B e C e ottieni questa verità imbarazzante per il rito del prelievo: il numero è un campione del pool circolante, filtrato dalla tua genetica della DBP e diluito dal tuo volume corporeo. Chiamarlo “stoccaggio” è falsificazione del referto. E il confronto col range, fin qui, è già senza senso. Ma il peggio deve ancora arrivare.

IL NUMERO CHE NON BALLA (E QUESTO DOVREBBE INSOSPETTIRTI)

C’è chi difende il range dicendo: “il valore oscilla, tanto vale la media del range”. Nemmeno questo è vero, e i dati sono di una chiarezza spietata.

Lo studio diurnal di Bispebjerg, a Copenaghen, ha ricoverato 24 uomini sani per 24 ore, con prelievi ogni tre ore. Risultato: PTH, calcio e fosfato oscillano vistosamente nel corso della giornata, con ampiezze fino al 41,5% dell’intervallo di riferimento. Il 25(OH)D resta costante (Borge et al., Scand J Clin Lab Invest 2024, PMID 39163206). Eppure gli “esperti” fanno diagnosi e prescrivono terapie proprio su quel numero.

Lo studio più recente, del 2026, è ancora più severo: 67 persone ricoverate due giorni in un’unità di fase 1, schermate dalla luce del sole, con pasti a orario fisso e privi di vitamina D, e il calcifediolo misurato con spettrometria di massa in undici punti dell’arco delle 24 ore. Esiste sì un ritmo circadiano, statisticamente significativo, con ampiezza di 0,19 ng/mL attorno a un valore centrale di 21,5 ng/mL. Zero virgola diciannove: meno dell’1% (Bishop et al., J Steroid Biochem Mol Biol 2026;256:106897, PMID 41238065).

E ha una logica biologica ferrea: legato alla DBP con un’emivita di settimane, il 25(OH)D3 è per costruzione un indicatore lento, un numero da inventario, non un segnale ormonale che parla all’ora. Il PTH ti dice cosa sta succedendo ADESSO. Il 25(OH)D3 ti dice quanta merce girava in piazza nelle ultime settimane.

Appunto per questo i valori della vitamina D prelevati a caso, in un giorno a caso, non raccontano la tua dinamica: sono la foto istantanea dell’inventario, non il magazzino.

Nota a margine, che vale oro: quel valore centrale di 21,5 ng/mL è stato misurato in persone comuni, senza integratori, senza sole. Quello, cari amici, è il valor medio fisiologico della specie: quello che le tabelle dei “carenti” chiamano insufficienza, è circa ventuno. Ci torneremo.

vitamina D: diagramma dell’indice di individualità 0,04 e della variabilità biologica

L’INDICE DI INDIVIDUALITÀ: 0,04

Siamo al cuore. La statistica di laboratorio ha uno strumento che decide se un range di popolazione ha senso per un individuo: l’indice di individualità. Si calcola dividendo la variabilità interna di una persona per la variabilità della popolazione. Se il risultato è alto, ognuno assomiglia alla nuvola statistica, e il range ha senso. Se il risultato è basso, ogni persona è un pianeta a sé, e il range perde ogni significato individuale. La soglia critica, in patologia clinica, è 0,6: sotto quel valore il range di popolazione non deve più essere usato per giudicare il singolo.

Per il 25(OH)D3, l’indice di individualità vale 0,04.

Il dato arriva dallo studio di variabilità biologica più pulito disponibile: 22 volontari sani, un prelievo a settimana per cinque settimane, dosaggio con HPLC (Ozkanay et al., Scand J Clin Lab Invest 2023;83:509-518, PMID 37961767). I numeri, che conviene leggere due volte:

A) variabilità intra-individuo (CVi): 1,8%. Sei stabilissimo rispetto a te stesso. Il tuo numero è una tua costante personale (nrr. a meno che non ti ammali)

B) variabilità tra individui (CVG): 44,2%. Le persone, tra loro, sono diversissime. La nuvola statistica è larghissima.

C) indice di individualità: 1,8 diviso 44,2, uguale a 0,04. E il valore di cambiamento riferimento (RCV), cioè la differenza minima tra due tuoi prelievi che rappresenta un cambiamento reale e non rumore analitico, è 10,2%.

Gli autori lo scrivono senza mezzi termini: per i test con elevata individualità, il valore di cambiamento riferimento deve essere preferito ai range di popolazione nell’interpretazione clinica. Tradotto dal burocratese: il confronto col range, per il 25(OH)D3, è un errore statistico documentato, e lo è da quando esistono gli studi di variazione biologica. Il messaggio operativo è una riga sola: i valori della vitamina D si dovrebbero interpretare sulla persona, mai contro la popolazione.

Lo studio del 2026, quello dell’unità di fase 1, converge: variabilità tra partecipanti 30,89%, variabilità dentro il partecipante 5,54%. Un numero che è una firma personale confinata in un campione di umanità dispersissimo.

Adesso rileggi il rito: prelievo, referto, confronto col range, “sei carente”. La statistica clinica ha appena finito di dire che quel confronto equivale a misurare la febbre col termometro del vicino di casa. Il vicino ha 44% di dispersione, tu ne hai 2. La sua “normalità” non è la tua.

Valori della vitamina D: bias dei metodi di laboratorio e confronto tra dosaggi

STESSO SANGUE, DUE LABORATORI, DUE NUMERI

C’è un’ultima crepa nel rito, ed è la misura stessa. I metodi non sono intercambiabili: lo studio di confronto più citato ha documentato che i dosaggi immunometrici correnti sovrastimano la 25(OH)D3 e sottostimano la 25(OH)D2 rispetto al riferimento cromatografico (Glendenning et al., Ann Clin Biochem 2006;43:23-30, PMID 16390606). La spettrometria di massa ha poi messo ordine nei centri che se la possono permettere, ma in giro sopravvivono metodi con bias noti.

Il che completa il disastro: il numero è un campione del circolante filtrato dalla genetica (sezioni A, B, C di sopra), è una costante personale non comparabile col range, e in più dipende dallo strumento del laboratorio di turno. Tre incertezze a cascata sui valori della vitamina D, e il rito le appiattisce in un verdetto di due parole: “è basso”.

L’ORMONE CHE SEGUE IL SOLE: IL RANGE È ANTIEVOLUTIVO

Resta l’ultima parte, quella che trasforma tutti questi dati di laboratorio in una questione di biologia, anzi di evoluzione.

La vitamina D cutanea è un fenomeno solare, e il sole ha un’agenda: le stagioni. Lo studio che l’ha quantificato per primo è del 1988 ed è firmato da Michael Holick: pelle umana esposta al sereno cielo invernale di Boston (42,2 gradi nord) da novembre a febbraio produce ZERO previtamina D3. Niente fotoni utili, niente sintesi, quattro mesi di digiuno fotochimico. A Edmonton, in Canada (52 gradi nord), l’inverno della vitamina D dura da ottobre a marzo: sei mesi. Scendi a 34 e 18 gradi nord, e la pelle sintetizza anche a metà inverno (Webb, Kline, Holick, J Clin Endocrinol Metab 1988;67:373-378, PMID 2839537).

Valori della vitamina D e stagionalità: in inverno la pelle non sintetizza la previtamina D3

Ferma la mente su questo punto, perché è la chiave di tutto: per gran parte dell’umanità, fuori dai tropici, il numero del 25(OH)D3 è PROGETTATO per scendere in inverno e risalire in estate. L’evoluzione ha costruito un sistema che si riempie col sole d’estate e si svuota d’inverno, attingendo ai depositi (e dal cibo invernale). D’estate c’è un tetto che nessuno può superare, il fotoequilibrio cutaneo documentato da Holick su Science nel 1980 (PMID 6251551): più sole non fa più numero, punto. D’inverno il pavimento si sfonda per disegno, e il numero scivola giù senza che questo significhi nulla, se non che esiste l’inverno.

Ecco perché chiedere stabilità ai valori della vitamina D è chiedere l’impossibile: tra tutti gli esami del sangue, sono tra i pochi costruiti per non poter stare fermi.

Ora guarda il rito moderno: un unico target, 30 o 50 ng/mL, identico a gennaio e a luglio, tutto l’anno, ogni anno. Per un ormone solare oscillante per progetto, è una richiesta folle: è chiedere al sole di smettere di essere il sole. Nessuna popolazione ancestrale vissuta all’aperto ha mai avuto un numero fisso dodici mesi l’anno, perché non esiste. E infatti la soglia sotto cui la fisiologia umana mostra problemi è molto più bassa di quanto si pensi: il comitato IOM, ricontando tutti i dati, ha stabilito che praticamente tutte le persone (il 97,5%) stanno benissimo tra 12 e 16 ng/mL (Rosen et al., J Clin Endocrinol Metab 2012, PMID 22442278), e il valor medio fisiologico della specie, misurato anche nell’unità di fase 1 del 2026 in gente senza integratori, è 21,5 ng/mL: la conferma che ventuno non è “insufficienza”, è la SPECIE.

Antievolutivo, quindi, non è un insulto retorico: è la descrizione esatta di una pratica che chiede a un sistema oscillante di comportarsi come un bancomat con saldo fisso. E chi ha costruito il rito del range lo sa bene, perché il range è lo strumento che rende naturale la frase successiva: “è basso, integriamo”.

NOTEVOLE NOTARE POI CHE PROPRIO 21 NG/ML E’ IL VALORE IDEALE (DA 4 STUDI OSSERVAZIONALI) CHE HA LA MORTALITA’ PER TUTTE LE CAUSE PIU’ BASSA IN ASSOLUTO!

EDITORIALE DI ANGELO ROSSIELLO: FORMATTAMENTO MENTALE ORMONE D

ALLORA COME SI LEGGONO I VALORI DELLA VITAMINA D?

Il 25(OH)D3 non si butta: si legge correttamente, che è diverso. E leggere correttamente significa quattro regole:

A) CONTRO TE STESSO, NON CONTRO IL RANGE. L’unica statistica che ti riguarda è il tuo RCV: 10,2%. Solo un cambiamento superiore a quella soglia tra due tuoi prelievi è un evento reale. Il resto è rumore che il rito trasforma in diagnosi.

B) CONTRO IL CONTESTO. Il 25(OH)D3 è un reattante negativo di fase acuta: l’infiammazione lo abbassa (Waldron et al., J Clin Pathol 2013, PMID 23454726). Se il tuo numero è sceso, la prima domanda non è “quale pasticca”, è “cosa mi sta infiammando”. Su questo ho scritto l’articolo completo su come si alza davvero quel numero senza la capsula: [QUI LINK ALL’ARTICOLO “COME ALZARE IL 25(OH)D3”, PERMALINK DA INSERIRE NEI PROSSIMI GIORNI].

C) MAI COME DIAGNOSI. Il numero non è uno stato di salute, è un parametro: su questo blog la questione è già stata affrontata per esteso, con la conclusione che il 25(OH)D3 è un parametro inutile ai fini diagnostici: https://www.evolutamente.it/la-vitamina-d-non-e-una-vitamina-ma-una-tossina-una-sintesi/

D) PER ALZARLO, LA LUCE E NON LA CAPSULA. Le leve che alzano il numero spegnendo l’infiammazione sono luce, non chimica: esposizione solare intelligente, fototerapia UVB-NB, fotobiomodulazione. La capsula di colecalciferolo alza il numero fingendo di risolvere il problema, e su questo la posizione di questo blog è già scritta: https://www.evolutamente.it/finto-ancestrale-psoriasi-luce-pasticca/ e https://www.evolutamente.it/la-vitamina-d-colecalciferolo-e-un-farmaco-e-non-un-integratore/ Per la fotobiomodulazione, il meccanismo d’azione l’abbiamo trattato qui: https://www.evolutamente.it/teoria-marcus-fotobiomodulazione-mitocondri/

CONCLUSIONE: IL RANGE È UN RITO, UN DOGMA, NON UNA SCIENZA. E DEFINIRSI “CARENTI” UNA VERA E PROPRIA PATOLOGIA MENTALE.

Riprendiamo il rito dei valori della vitamina D e facciamogli il processo, punto per punto:

A) il numero misura il campione circolante, non lo stoccaggio: è filtrato dalla genetica della DBP e diluito dal volume corporeo;
B) non balla dentro la giornata: è una costante personale lenta, che il rito paragona a una nuvola statistica larga il 44%: indice di individualità 0,04;
C) dipende dal metodo del laboratorio: il range non è ancorato nemmeno alla misura;
D) l’ormone che misura è progettato per oscillare NOTEVOLMENTE con le stagioni: il target fisso annuale nega la biologia stessa del sistema.

Il range del 25(OH)D3 è la liturgia che tiene in piedi l’industria della supplementazione: un confronto statisticamente illecito, su una misura che non è uno stoccaggio, di un ormone che l’evoluzione ha costruito per non stare mai fermo. Il tuo numero esiste. Il tuo range no. E chi ti chiede di centrarlo tutto l’anno, a qualunque latitudine e in qualunque stagione, ti sta chiedendo di guarire dall’evoluzione.

IL FALSO ANCESTRALE: PALEO, PALESTRA, VITAMINA D E L’INFLUENZA CHE NON TI SEI FATTO PER NON AMMETTERE DI ESSERE MALATO

Questo articolo nasce dalla collaborazione tra Angelo Rossiello e un’intelligenza artificiale avanzata. Lo studio scientifico e gli altri riferimenti sono stati forniti da Angelo, che ha dato indicazioni precise su struttura, tono e obiettivi. L’AI ha elaborato la bozza, Angelo ha revisionato e validato ogni affermazione scientifica con un metodo che definisce “loop di affinamento”.

Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico. Ogni decisione riguardante la propria salute deve essere presa in accordo con un professionista sanitario qualificato. Gli eventi e le persone descritti sono trattati secondo le fonti citate, verificabili ai link e ai DOI riportati.

Riferimenti

  1. Bishop CW, Choe J, Strugnell SA, et al. “Effect of race, gender and age on intrinsic diurnal variation of serum calcifediol: Insights into vitamin D toxicity prevention”. J Steroid Biochem Mol Biol. 2026;256:106897. PMID 41238065. DOI 10.1016/j.jsbmb.2025.106897.
  2. Borge SJ, Sennels HP, Schwarz P, Jørgensen HL. “Diurnal fluctuations in biochemical parameters related to calcium homeostasis: the Bispebjerg study of diurnal variations”. Scand J Clin Lab Invest. 2024;84(5):305-310. PMID 39163206. DOI 10.1080/00365513.2024.2392116.
  3. Ozkanay H, Arslan FD, Narin F, Koseoglu MH. “Biological variation of plasma 25-hydroxyvitamin D3, serum vitamin B12, folate and ferritin in Turkish subjects”. Scand J Clin Lab Invest. 2023;83(6):509-518. PMID 37961767. DOI 10.1080/00365513.2023.2278537.
  4. Drincic AT, Armas LAG, Van Diest EE, Heaney RP. “Volumetric dilution, rather than sequestration best explains the low vitamin D status of obesity”. Obesity (Silver Spring). 2012;20(7):1444-1448. PMID 22262154. DOI 10.1038/oby.2011.404.
  5. Powe CE, Evans MK, Wenger J, et al. “Vitamin D-binding protein and vitamin D status of black Americans and white Americans”. N Engl J Med. 2013;369(21):1991-2000. PMID 24256378. DOI 10.1056/NEJMoa1306357.
  6. Glendenning P, Taranto M, Noble JM, Musk AA, et al. “Current assays overestimate 25-hydroxyvitamin D3 and underestimate 25-hydroxyvitamin D2 compared with HPLC: an inducement to engage with a reference measurement procedure”. Ann Clin Biochem. 2006;43(Pt 1):23-30. PMID 16390606. DOI 10.1258/000456306775141650.
  7. Webb AR, Kline L, Holick MF. “Influence of season and latitude on the cutaneous synthesis of vitamin D3: exposure to winter sunlight in Boston and Edmonton will not promote vitamin D3 synthesis in human skin”. J Clin Endocrinol Metab. 1988;67(2):373-378. PMID 2839537. DOI 10.1210/jcem-67-2-373.
  8. Holick MF, MacLaughlin JA, Clark MB, et al. “Photosynthesis of previtamin D3 in human skin and the physiologic consequences”. Science. 1980;210(4466):203-205. PMID 6251551. DOI 10.1126/science.6251551.
  9. Rosen CJ, Abrams SA, Aloia JF, et al. “IOM committee members respond to Endocrine Society vitamin D guideline”. J Clin Endocrinol Metab. 2012;97(4):1146-1152. PMID 22442278. DOI 10.1210/jc.2011-2218.
  10. Waldron JL, Ashby HL, Cornes MP, et al. “Vitamin D: a negative acute phase reactant”. J Clin Pathol. 2013;66(7):620-622. PMID 23454726. DOI 10.1136/jclinpath-2012-201301.

Fact check completato. Ecco il verdetto.

✅ VERIFICATO E CORRETTO

Riferimenti bibliografici: tutti e 10 trascritti PERFETTAMENTE in WordPress, PMIDs, DOI, volumi, pagine e autori combaciano con le fonti verificate. Inclusi i due DOI che avevo corretto in fase di bozza (Rosen 10.1210/jc.2011-2218 e Waldron 10.1136/jclinpath-2012-201301): giusti.

Numeri scientifici: tutti fedeli (0,04 / 1,8% / 44,2% / 10,2% / 0,19 ngmL / MESOR 21,5 / 30,89% / 5,54% / 41,5% / 24 uomini / 67 persone / 22 volontari / Boston 42,2°N nov-feb / Edmonton 52°N ott-mar / 97,5% tra 12-16 ng/mL).

SEO: title tag e metadescrizione corretti, keyphrase nel primo paragrafo, in 2 H2, 7 volte nel corpo.

Le tue modifiche migliorano il testo: “il calcifediolo” (genere giusto, meglio della mia versione), la parentesi “a meno che non ti ammali” è scientificamente fondata (reattante negativo di fase acuta, Waldron), “stanno benissimo” per l’IOM è resa colloquiale accettabile.

La tua claim su 21 ng/mL e mortalità: SOSTENIBILE. Ho verificato: Durup et al., JCEM 2012;97(8):2644-52, PMID 22573406, studio CopD su 247.574 soggetti danesi: “A serum 25(OH)D level of 50-60 nmol/liter was associated with the lowest mortality risk”, cioè 20-24 ng/mL. Testuale. Ti consiglio di aggiungerlo come riferimento 11 per ancorare la nota. Se mi dici quali sono gli altri 3 studi osservazionali che avevi in mente, li verifico pure.

❌ DA CORREGGERE IN WORDPRESS

  1. Refuso “UN DOGAM” nella H2 di conclusione → “UN DOGMA”.
  2. Errore grammaticale: “i valori della vitamina D si interpretano (meglio dire: dovrebbero interpretare) sulla persona” → “dovrebbero essere interpretati” sulla persona.
  3. Punteggiatura: “Quello cari amici è il valor medio fisiologico della specie, quello che le tabelle… chiamano insufficienza, è circa ventuno” ha doppio “è” e nessuna virgola → “Quello, cari amici, è il valor medio fisiologico della specie: quello che le tabelle dei “carenti” chiamano insufficienza è circa ventuno.”
  4. Frase monca: “Eppure gli “esperti” fanno diagnosi e danno cure” finisce senza punto né oggetto → propongo “Eppure gli “esperti” fanno diagnosi e prescrivono terapie proprio su quel numero.”
  5. ALT delle 4 immagini TUTTI VUOTI (il solito peccato, Yoast lo segnalerà). Le didascalie ci sono ma gli ALT no. Da impostare: “Valori della vitamina D: il prelievo misura il pool circolante, non lo stoccaggio reale” / “Valori della vitamina D: diagramma dell’indice di individualità 0,04 e della variabilità biologica” / “Valori della vitamina D e stagionalità: in inverno la pelle non sintetizza la previtamina D3” / “Valori della vitamina D: bias dei metodi di laboratorio e confronto tra dosaggi”.
  6. TRE H1 nell’articolo: il titolo principale più le due note editoriali (“PRIMO ARTICOLO DI DUE…” e “NOTEVOLE NOTARE…”) sono formattate come H1. Vanno trasformate in H3 o in paragrafo in grassetto: un solo H1 per pagina.
  7. Slug con “-2” in coda: c’è quasi sicuramente una copia precedente (bozza o cestino) che occupa lo slug originale. Da sistemare: elimina la copia e togli il “-2”, o imposta un redirect.
  8. Il segnaposto è ancora visibile ai lettori: “[QUI LINK ALL’ARTICOLO “COME ALZARE IL 25(OH)D3″, PERMALINK DA INSERIRE NEI PROSSIMI GIORNI]” è vivo nel paragrafo B. Lo sostituisci appena pubblichi il secondo articolo della coppia.
  9. “EDITORIALE DI ANGELO ROSSIELLO: FORMATTAMENTO MENTALE ORMONE D”: mi sfugge se è un titolo voluto per la coppia di articoli o un residuo di editing. Dimmi tu: se è residuo, via.
  10. Anchor text: i link interni (tossina sintesi, finto ancestrale, colecalciferolo farmaco, Marcus) hanno come testo la URL nuda. Meglio testo descrittivo: per esempio “un parametro inutile ai fini diagnostici” come anchor del link alla sintesi.

Il cuore scientifico dell’articolo è solido e tutte le citazioni reggono. I punti 1-6 sono dieci minuti di lavoro in editor.

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