Le ipotesi del colesterolo e del calcolo delle calorie sono entrambe morte!

Scritto da Angelo

Categorie: Nutrizione | Salute

16 Ottobre 2017

È tempo di concentrarsi sul vero colpevole: la resistenza all’insulina.

Traduciamo integralmente una recente review pubblicata del “the Pharmaceutical Journal”.
Lavoro originale: qui

Traduzione ed adattamento: Angelo

Le evidenze emergenti mostrano che la resistenza all’insulina è il predittore più importante della malattia cardiovascolare e del diabete di tipo 2.

Nota dell’editore del blog:
Ricordiamo che il nostro blog combatte la battaglia contro statine; l’antievoluzionistica idea di evitare di assumere colesterolo alimentare e, l’assurdo calcolo delle calorie. Tutte queste cose sommate creano più danni che benefici man mano che il tempo passa.

L’abbassamento aggressivo del colesterolo lipoproteico a bassa densità (LDL-C) è stato la pietra miliare della cardiologia preventiva per decenni. (ndr. e lo è ancora purtroppo). Le statine sono ampiamente utilizzate come soluzione immediata per la prevenzione delle malattie cardiache. Questo per la loro capacità di ridurre i livelli dell’LDL-C, un “marker surrogato” della malattia cardiovascolare (CVD). Infatti, le statine sono una delle classi più diffuse di farmaci a livello mondiale. Ma questo fenomeno solleva due domande:

  • l’entusiasmo per l’abbassamento aggressivo di LDL-C giustificato?
  • la farmacoterapia è superiore all’intervento sugli stili di vita?

Nel corso degli anni, le linee guida mediche hanno ampliato continuamente il numero di individui per i quali è raccomandata la terapia statinica. (ndr. restringendo i range clinici).

I sostenitori di questa terapia dicono che le statine sono “farmaci salvavita” e che “la gente morirebbe” se interrompesse l’assunzione del farmaco [1], [2]. Ricercatori importanti di università rinomate hanno dichiarato che “tutti i 50enni” dovrebbero essere sotto terapia per ridurre il rischio di CVD. Anche i bambini con alti livelli di LDL-C di soli 8 anni dovrebbero ricevere la terapia statinica [3].

Tuttavia, i reali benefici delle statine sono sempre più in discussione da parte di membri rispettati della comunità medica.

Molti cardiologi affermano che i benefici delle statine sono stati grossolanamente esagerati (soprattutto come prevenzione primaria); mentre i loro rischi sono stati costantemente sottovalutati. In alcuni casi, lo scetticismo sulle statine ha raggiunto vette altissime. Alcuni dicono che la preponderanza delle prove a favore delle statine è stata pesantemente influenzata dalla “sponsorizzazione dell’industria“; influenzata da “inganni statistici“; e pregna di “metodologie errate” [4], [5], [6].

Qui trovate gran parte degli studi contro le statine commentati in italiano:

https://www.evolutamente.it/?s=statine

Coloro che sfidano l’ipotesi del colesterolo sono accusati di non valutare bene i dati. Ironia della sorte, i ricercatori pro-statine stessi sono quelli colpevoli di raccogliere in modo errato i dati. Un recente articolo di The Lancet, pubblicato nel 2016, ha intimato di porre fine al dibattito sulle statine, apparentemente per distogliere opinioni dissenzienti [7]. Eppure, nonostante i miliardi investiti nello sviluppo di farmaci per ridurre drasticamente le LDL-C, non rimane alcuna prova coerente per il beneficio clinico rispetto agli eventi o alla mortalità.

Per esempio, ci sono 44 studi randomizzati controllati (RCT) col farmaco o di interventi dietetici per abbassare la LDL-C nella letteratura di prevenzione primaria e secondaria, che non mostrano alcun beneficio sulla mortalità [8].

La maggior parte di questi studi non ha ridotto gli eventi di CVD. Tra questi molti hanno persino segnalato danni sostanziali. Tuttavia, questi studi non hanno ricevuto molta pubblicità. Inoltre, il trial denominato “ACCELERATE”, un recente studio controllato randomizzato a doppio cieco ben condotto, non ha dimostrato alcuna riduzione rilevabile negli eventi o mortalità di CVD; nonostante un aumento del 130% del colesterolo lipoproteico ad alta densità (HDL-C) e un calo del 37% delle LDL-C. Il risultato ha stupito molti esperti, scatenando e rinnovando lo scetticismo sulla veridicità dell’ipotesi del colesterolo [8].

Inoltre, non sembra ci sia una chiara riduzione della mortalità coronarica nei paesi dell’Europa occidentale con l’uso di statine; sia per la prevenzione primaria e secondaria [9].

Più recentemente, un’analisi post-hoc non ha mostrato alcun beneficio delle statine (pravastatina) nei pazienti anziani con iperlipidemia moderata e ipertensione nella prevenzione primaria. Lo studio ha mostrato invece una direzione non significativa verso una maggiore mortalità per tutti gli adulti di 75 anni e più [10]. In modo allarmante, una valutazione delle RCT sponsorizzate dall’industria ha mostrato un aumento mediano dell’aspettativa di vita per i partecipanti selezionati nei trial di prevenzione secondaria. Questi soggetti hanno aderito all’assunzione delle statine ogni giorno per diversi anni, ma l’allungamento della vita sarebbe stato di soli quattro giorni [11].

(ndr. sono tutti studi che trovate nel nostro blog commentati in italiano).

Allo stesso modo è stata sottovalutata la recente relazione sull’efficacia dell’ultimo farmaco “blockbuster” evolocumab (Repatha, un inibitore PCSK-9), nonostante il clamore dei media. Pubblicato nel Journal of Medicine di New England. Lo studio ha riferito che l’evolocumab (insieme a una statina) ha abbassato l’LDL-C di un impressionante 60%! Tuttavia ciò si è tradotto solo in una riduzione dell’1,5% di eventi CVD (non fatali) [12]. Inoltre, l’evolocumab non ha ridotto la mortalità totale o cardiovascolare. Piuttosto, si è registrato un aumento significativo della mortalità da CVD (n = 251) rispetto al placebo (n = 240) e un aumento statisticamente significativo della mortalità complessiva nel gruppo sperimentale (n = 444) rispetto al placebo ( n = 426).

L’Evolocumab un altro farmaco “miracoloso” per abbassare i livelli di colesterolo…

In poche parole, nessuno dei pazienti che hanno assunto il farmaco ha vissuto più a lungo di quelli che hanno assunto il placebo. Quindi, mentre il farmaco potrebbe sinergizzarsi con una statina per prevenire un infarto non fatale (o minore), sembra al contempo, aumentare il rischio di un’altra patologia altrettanto pericolosa per la vita, con conseguente morte. Come è stato osservato in un articolo del The Daily Telegraph (UK) nel maggio 2017: i partecipanti europei del trial non hanno avuto alcun vantaggio nel prevenire eventuali eventi gravi [13].

Quando si esamina la totalità delle prove, si hanno più dubbi che certezze…

“Big Pharma” ha sicuramente trionfato, ma i pazienti hanno perso!

C’è un imperativo etico e morale! Forse i veri benefici e i potenziali danneggiamenti di questi farmaci sono discussi per proteggere i pazienti da ansia, manipolazione e complicazioni iatrogeniche inutili. Inoltre, contrariamente ai rapporti sulle interruzioni delle statine come conseguenza della campagna “terroristica“dei media sugli effetti collaterali (ndr. tra cui quella del nostro blog) che hanno causato migliaia di attacchi cardiaci e morti, non esiste alcuna prova scientifica di una singola persona che abbia subito tale destino.

È un imperativo etico e morale che i veri benefici e potenziali danno di questi farmaci siano discussi per proteggere i pazienti.

Uno degli argomenti più convincenti contro le LDL-C come obiettivo primario di prevenzione o trattamento del CVD è il Lyon Diet Heart Study [14]. L’adozione di una dieta mediterranea per la prevenzione secondaria ha migliorato sia l’infarto miocardico ricorrente (numero necessario per trattare [NNT] = 18); sia la mortalità per tutte le cause (NNT = 30); nonostante non ci sia stata nessuna differenza significativa nella riduzione di LDL-C tra la dieta mediterranea e gli altri gruppi di dieta di controllo. È chiaro che interventi appropriati sugli stili di vita forniscono risultati molto più importanti rispetto a quelli dei moderni farmaci (e senza gli effetti collaterali e a costi molto inferiori). Le statine possono dare l’illusione della protezione CVD. In realtà predispongono allo sviluppo del diabete di tipo 2 in oltre 1 su 50 pazienti che assumono questi farmaci e causano effetti collaterali reversibili fino al 29% degli utilizzatori; Stoppando le statine si possono paradossalmente “salvare più vite” e migliorare la qualità della vita in coloro che le prendono [15].

La caloria è il bersaglio giusto?

La malattia cronica non trasmissibile è oggi il più grande assassino del pianeta. Oltre alla guerra, al tabacco e all’HIV. le malattie della sindrome metabolica non rappresentano solo la maggior parte degli oneri sanitari del mondo sviluppato, ma anche la maggioranza dei 35 milioni di morti all’anno del mondo in via di sviluppo [16]. La causa di questo aumento è regolarmente attribuita al continuo progredire dell’epidemia di obesità, che a sua volta VIENE attribuita al surplus calorico globale.

Tuttavia, ci sono quattro linee distinte di ragionamenti che si contrappongono a questa tesi. 

Primo:

  • la prevalenza di obesità e la prevalenza del diabete si correlano, non sono concordanti [17];
  • ci sono paesi con popolazione obesa ma non diabetica (come l’Islanda, la Mongolia e la Micronesia);
  • ci sono paesi con popolazione diabetica senza obesità, come l’India, il Pakistan e la Cina (mostrano una prevalenza del diabete dell’11%, gli Stati Uniti, uno dei paesi più obesi del mondo, hanno una prevalenza del diabete del 9,3%).

Questo è ulteriormente confermato se si osservano gli anni di vita persi dal diabete rispetto all’obesità [18]. Molte persone di peso normale (fino ad un terzo) contraggono lo stesso il diabete di tipo 2.

In secondo luogo, anche se è vero che l’80% della popolazione obesa abbia almeno una delle malattie della sindrome metabolica (ipertensione, dislipidemia, malattia epatica e diabete di tipo 2), il 20% degli individui obesi senza malattia (chiamati “Obesi Metabolicamente Sani“o MHO), e hanno un’aspettativa di vita “normale” [19], [20], [21]. Al contrario, fino al 40% degli adulti di peso normale hanno le stesse malattie della sindrome metabolica, tra cui ipertensione, dislipidemia, malattia epatica e CVD [22].

Si può essere obesi sani?

(ndr. in realtà in questo blog abbiamo già stigmatizzato il fatto che affermare semplicisticamente “aspettativa di vita” NON HA SENSO. Avrebbe più senso riferirsi all’ASPETTATIVA DI VITA SANA e gli obesi o i diabetici non sono certamente definibili SANI)

Aspettativa di vita vs. Aspettativa di vita sana…

In terzo luogo, la tendenza secolare del diabete negli Stati Uniti dal 1988 al 2012 ha mostrato un aumento del 25% della prevalenza; sia nella popolazione obesa che nella popolazione normale [24]. Così, l’obesità e “l’interferenza calorica” non spiegano la pandemia mondiale di malattie non trasmissibili. Anche se l’obesità è chiaramente un marcatore per la patologia, non è chiaramente la causa – perché anche la gente di peso normale può contrarre la sindrome metabolica.

Infine, la lipodistrofia è una sindrome caratterizzata dal “troppo poco grasso“, anziché dal troppo grasso corporeo [25]. Questi pazienti hanno i più alti rischi per il CVD e il diabete di tipo 2 di tutti; chiaramente non correlati a calorie o obesità.

Il pensiero corrente sull’obesità e sulle malattie correlate ritiene che la quantificazione delle calorie sia la principale preoccupazione e l’obiettivo dell’intervento.

La base di questa direttiva è che le calorie consumate, indipendentemente dalle loro fonti, siano equivalenti; Cioè ‘una caloria è una caloria‘. Piuttosto bisogna affrontare l’attenzione sulle fonti di quelle calorie ingerite (cioè calorie da cibo trasformato rispetto al cibo reale) e sui cambiamenti metabolici che derivano dal consumo di alimenti di diversi tipi [26]. In particolare, il pensiero focalizzato sulla caloria è intrinsecamente pregiudicato nei confronti degli alimenti ad alto contenuto di grassi; molti dei quali sembrano proteggere contro l’obesità e le malattie della sindrome metabolica. Meglio sostituire gli amidi raffinati e gli zuccheri, che sono chiaramente dannosi così da escludere le loro calorie e effetti sull’aumento del peso [27], [28].

Bisogna spostare l’attenzione dal quantitativo verso la qualità (cioè che le malattie della sindrome metabolica sono dovute a cambiamenti fisiologici indotti dal cibo, ad esempio, i percorsi metabolici neurochimali e mitocondriali) per vedere la riduzione delle malattie croniche. Questo non può essere compiuto con una restrizione calorica aritmetica (cioè il conteggio calorico). I bilanci di calorie – che mirano a “calorie in” e/o “calorie out” – rafforzano il messaggio di sovraesposizione e di inattività come cause fondamentali piuttosto che gli effetti risultanti di questa fisiologia aberrante [29].

Resistenza all’insulina: il principale colpevole

Utilizzare l’abbassamento delle LDL-C come marcatore surrogato, realizzato attraverso la dieta o i medicinali, si è dimostrato, al meglio, incoerente e, nel peggiore dei casi, errato. Inoltre, l’utilizzo dell’indice di massa o di massa corporea (BMI) come marcatore surrogato è stato uniformemente inefficace. Alcune persone perdono peso acutamente attraverso la dieta auto-imposta spesso con peggioramento del loro stato metabolico.

Piuttosto, dobbiamo esaminare altri fattori di rischio, che più chiaramente guidano la fisiopatologia aberrante. Il fattore di rischio maggiormente associato al CVD, diabete di tipo 2 e obesità è la ‘resistenza all’insulina‘ – definita come una risposta biologica compromissione della funzione dell’insulina. Infatti, la resistenza all’insulina gioca un ruolo primario e causale nella patogenesi dell’ipertensione; della dislipidemia; della malattia epatica e del diabete di tipo 2. Queste malattie sono denominata collettivamente “sindrome metabolica [30].

Proponiamo che la resistenza all’insulina sia il predittore più importante del diabete di tipo e del CVD.

Una visione fortemente derivata dall’opera di Gerald Reaven e dei suoi colleghi [31]. In uno studio di storia naturale, questi ricercatori hanno preso un gruppo di persone sane che erano sensibili all’insulina e prive di malattie cardiache. Dopo cinque anni hanno scoperto che nessuna delle persone che erano rimaste sensibili all’insulina avevano sviluppato malattia cardiaca mentre il 14% delle persone nel più alto terzile di insulino-resistenza aveva sviluppato malattie cardiache nello stesso periodo [31].

In un altro studio, fino al 69% dei pazienti che sono stati ammessi in ospedale con attacchi cardiaci acuti avevano almeno un parametro della sindrome metabolica sballato [32]. Questo si associava ad un aumento del rischio di morte o di riammissione ospedaliera nei successivi 12 mesi.

La modellazione matematica ha dimostrato che la correzione della resistenza all’insulina nei giovani adulti potrebbe impedire il 42% degli episodi di infarto miocardico [33].

Lo studio ha riportato che i determinanti più importanti del CVD sono nell’ordine::

  • l’ipertensione sistolica, la cui prevenzione riduce il 36% del numero di infarti del miocardio, seguito da
  • bassi livelli di HDL-C (31%),
  • alto BMI (21%) e
  • alto LDL-C (16%) .

Da notare, la resistenza all’insulina confuta ciascuno di questi fenomeni [33].

Metformina e tiazolidinedioni sono due farmaci che aumentano lievemente la sensibilità all’insulina. Mentre la metformina ha dimostrato di ridurre il CVD nei diabetici di tipo 2, non sono stati elaborati dati sulla prevenzione primaria. Inoltre, il rosiglitazone ha aumentato la mortalità in quelli con diabete di tipo 2 [34]. Questo può essere un motivo per cui l’uso della resistenza all’insulina come marcatore surrogato abbia ricevuto poca attenzione nei decenni. Un’altra ragione può essere che dall’insulina a digiuno non si correla perfettamente all’obesità (cioè all’ipotesi calorica), e quindi l’American Diabetes Association esclude il suo uso. Al contrario, i buoni interventi sugli stili di vita antichi possono ridurre significativamente la resistenza all’insulina, il CVD e la mortalità.

Il consumo eccessivo di carboidrati raffinati (in particolare lo zucchero) e il carico glicemico risultante, possono sovrastare meccanismi epatici che regolano i livelli di glucosio nel sangue [35].

L’evidenza ormai schiacciante sull’uso di diete a carboidrati bassi ed ad alto contenuto di grassi per la prevenzione e il trattamento del CVD, del diabete di tipo 2, e l’obesità sta accumulando [36]. Purtroppo, tranne il Brasile, non vi sono stati grandi cambiamenti nelle linee guida alimentari delle altre nazioni, che continuano a raccomandare diete a basso contenuto di grassi, che spesso sono strutturate con alti livelli di carboidrati raffinati (in particolare zucchero).

Inoltre, le linee guida alimentari (nonché una recente consultazione presidenziale dell’American Heart Association) suggeriscono di sostituire i grassi saturi con grassi insaturi per ridurre la LDL-C [37]. In pratica, ciò si traduce nella raccomandazione di utilizzare gli oli vegetali e margarine ricchi di acidi grassi omega-6 (PUFA) (proinfiammatori). Quindi, il consumo di omega-6 PUFA è in forte crescita negli ultimi decenni e ha ridotto l’assunzione di PUFA omega-3 (anti infiammatorio).

Per approfondimenti la critica all’AHA dell’editore di questo blog:

AMERICAN HEART ASSOCIATION: SUGGERIMENTI RIDICOLI SUL COCCO E BURRO DI COCCO.

Nelle società tradizionali, il rapporto tra gli acidi grassi polinsaturi omega-6 e omega-3 acidi grassi polinsaturi è  di 1: 1 [38]. Ciò avviene grazie a diete ricche di pesci, alimenti vegetali; animali da pascolo, e uova da polli che mangiano piante ad alto contenuto di grassi omega-3.

Ma oggi nei paesi industrializzati, il rapporto dietetico omega 6/omega 3 è più vicino a 20: 1. Questo è un mix ‘pro-infiammatorio‘ e può contribuire a peggiorare le placche aterosclerotiche che causano CVD. I benefici della dieta mediterranea sono stati attribuiti al suo elevato contenuto di acido alfa-linolenico (omega-3) e ai polifenoli presenti in noci, olio extra vergine di oliva, verdure e pesci oleosi, che agiscono per attenuare la risposta infiammatoria. Quel piccolo contenuto di carboidrati esiste insieme alla sua fibra intrinseca, riducendo così il carico glicemico, il grasso epatico e la risposta all’insulina (ndr. tutto questo vale molto di più in una dieta di natura evoluzionistica, ben più ricca di nutrienti e fibre solubili).

Inoltre, anche un minimo di esercizio fisico può aiutare a invertire l’insulino-resistenza. Un recente articolo ha affermato che la regolare passeggiata veloce, solo 30 minuti al giorno più di tre volte alla settimana, può invertire la resistenza all’insulina [39], mentre un altro studio ha suggerito che solo 15 minuti di esercizio fisico intenso al giorno possono aumentare la durata di vita di 3 anni [40].

Forse meglio l’esercizio intenso…

CAMMINARE vs. HIIT (allenamento ad intervalli ad alta intensità).

Tempo per ridefinire i rischi CVD

In sintesi, per molti pazienti con elevato rischio di CVD, uno dei modi più sicuri e più efficaci per ridurre il rischio di infarto e ictus è quello di consumare una dieta mediterranea con pochi grassi e basso impatto glicemico e di intraprendere un’attività sportiva regolare. Almeno gli interventi di esercizio sono spesso simili agli interventi di droga in termini di benefici per la mortalità nella prevenzione secondaria della malattia coronarica e non presentano effetti collaterali [41].

NOTA DELL’EDITORE DI QUESTO BLOG.
E’ incredibile, appena sopra, gli autori della presente review esaltano i benefici di diete low carb/high fat e delle diete tradizionali ancestrali: che hanno un equilibrato rapporto OMEGA6/OMEGA 3 e poi consigliano la dieta mediterranea?!?!?!?! Un ossimoro!
In realtà la DIETA PALEOLITICA, basata SOLO su cibi veri e sull’eliminazione di tutti i cibi industriali, HA MOSTRATO RISULTATI MIGLIORI PIU’ E PIU’ VOLTE:

https://www.evolutamente.it/la-dieta-paleolitica-migliora-la-tolleranza-al-glucosio-piu-della-dieta-mediterranea-in-pazienti-con-cardiopatia-ischemica/

Invece di spendere miliardi per ricerca e sviluppo di farmaci, forse quei soldi potrebbero essere spesi per incoraggiare l’attuazione di direttive politiche che incoraggino il cambiamento comportamentale a livello di popolazione
Attualmente il 75% dei dollari per spese sanitare viene speso per curare la malattia metabolica cronica (ndr. in USA, ma reputiamo che il dato sia sovrapponibile in Italia).

Investire dei soldi come quelli spesi per combattere il tabacco e l’alcool. Magari questo potrà invertire la tendenza all’insulino-resistenza. Anche una riduzione del 20% del consumo di zucchero potrà apportare un notevole risparmio di costi [42]. La salute pubblica dovrebbe lavorare principalmente per sostenere il consumo di alimenti reali. Questi aiutano a proteggere contro la disfunzione neuroormonale e mitocondriale; non bisognerebbe continuare a promuovere messaggi utilizzando le calorie che incolpano le ignare vittime e aggravano queste pandemie. Solo allora potremo raggiungere l’obiettivo di attenuare la prevalenza del CVD e delle altre malattie croniche collegate alla sindrome metabolica.

Gli autori:

Maryanne Demasi è un giornalista medico investigativo

Robert H. Lustig è professore di pediatria presso l’Università della California, San Francisco, USA

Aseem Malhotra è cardiologo con una consulenza onoraria all’ospedale Lister, Stevenage

Dichiarazione di interesse: il Dr. Malhotra è co-produttore del film documentario “The big fat fix” e coautore di “The Pioppi Diet: un piano di vita di 21 giorni“.

Lavoro originale: qui

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