LA VITAMINA D (COLECALCIFEROLO) E’ UN FARMACO E NON UN INTEGRATORE

Scritto da Angelo

Categorie: integratori

6 Settembre 2025

LA VITAMINA D (COLECALCIFEROLO) E’ UN FARMACO E NON UN INTEGRATORE

Sta facendo scalpore in questi giorni (settembre 2025) tra i malati di mente e fan della VITAMINA D che sono quelli che commentano con faccine con risolino i miei post o intervengono sparati che loro la “integrano” e “stanno bene”… La notizia delle persone intossicate a causa della TOS con VITAMINA D alle isole Baleari e ricoverate in ospedale con gravi sintomi di nausea, dolori addominali e vomito.

A parte il fatto che già fa molto ridere che questa “moda” spinta dalle Case farmaceutiche sia in voga addirittura in un luogo dove splende il sole tutto l’anno e meta turistica internazionale per le vacanze anche in inverno e dove i raggi UVB sono presenti in abbondanza insieme ad un clima gradevole e temperato; vorrei fare alcune banali considerazioni.

I rischi sono altissimi se il prodotto è confezionato senza la dovuta attenzione e ciò è più probabile con gli integratori rispetto ai farmaci.

A tal proposito, è anche intervenuto in una nota ampiamente diffusa sui media, il MINISTERO DELLA SALUTE spagnolo che invita (giustamente) ad utilizzare quest’ormone solo a seguito di una prescrizione medica.

Per inciso, se il Ministero della Salute dice una roba del genere, dovrebbe, se fosse coerente, ritirare questa molecola dal mercato degli “integratori” e farla vendere solo come farmaco PRESCRIVIBILE.

PERCHE’ NON LO FA?
CHIEDO PER UN AMICO CHE SI PONE QUESITI BASATI SU LOGICA DI BASE

La cosa bella è che quando io provo a sollevare dubbi, sui social intervengono migliaia e migliaia di persone ad insultarmi. Ormai sono talmente abituato che mi faccio 2 risate e vado avanti per i fatti miei.

MA VEDIAMO QUALCOSA DI PIU’ SPECIFICO SULLA AMPISSIMA TEMATICA

La promessa dell’integrazione di vitamina D3 – miglioramento energetico diffuso, umore migliore, riduzione del dolore – ha portato milioni di persone ad assumerla quotidianamente. Eppure, dalla ricerca emerge un modello inquietante: quei miglioramenti iniziali che fanno “sentire meglio” le persone potrebbero in realtà segnalare dannose alterazioni metaboliche piuttosto che reali benefici per la salute. Diverse evidenze suggeriscono ora che l’integrazione orale di vitamina D3 induca un temporaneo sollievo dai sintomi attraverso la mobilizzazione del calcio e la soppressione del PTH, preparando il terreno per una disfunzione a lungo termine.

I miglioramenti iniziali mascherano preoccupanti cambiamenti metabolici

Le prove più significative provengono da studi che mostrano miglioramenti soggettivi che si verificano contemporaneamente a problematiche alterazioni dei biomarcatori. Una ricerca dell’American Journal of Clinical Nutrition dimostra che l’integrazione di vitamina D crea un aumento lineare dell’assorbimento di calcio senza effetto plateau, anche a livelli di 25(OH)D già elevati, pari a 50 ng/mL. Questo assorbimento forzato di calcio fornisce una temporanea disponibilità cellulare di calcio che migliora i sintomi, ma rappresenta un’alterazione della normale omeostasi piuttosto che un ripristino della salute.

VI RICORDO CHE UN DISEQUILIBRIO NEI CANALI DI CALCIO PUO’ ANCHE SCATENARE UN INFARTO IN PERSONE SANISSIME… TANTO CHE SI UTILIZZANO FARMACI BLOCCANTI I CANALI DI CALCIO PER PREVENIRE GLI ATTACCHI CARDIACI IN POPOLAZIONI A RISCHIO. E SE “INTEGRATE” VITAMINA D, LA CAUSA NON VERRA’ MAI RIVELATA DA UNA QUALSIASI AUTOPSIA. IN DEFINITIVA, SIETE PARTE DI UN ESPERIMENTO PARASCIENTIFICO SENZA CONTROLLO.

VITAMINA D PER INESPERTI

Nel giro di poche settimane dall’inizio dell’integrazione (in alcuni casi mesi, in altri molti anni ed in altri casi anche lustri), emergono diversi modelli preoccupanti. La soppressione del PTH inizia a livelli di 25(OH)D di 30-40 ng./mL, rappresentando quella che potrebbe essere una soppressione compensatoria piuttosto che un’ottimizzazione salutistica. Come rivela la ricerca della Dott.ssa Carolyn Dean, fino al 50% degli americani presenta livelli di magnesio inadeguati, il che li rende vulnerabili alla deplezione di magnesio indotto dalla vitamina D3, che può manifestarsi entro poche settimane con ansia, insonnia e tensione muscolare, anche se i miglioramenti energetici iniziali persistono. Gli studi dimostrano che l’integrazione di vitamina D influisce sull’espressione della ceruloplasmina e sui sistemi di trasporto del rame, generando miglioramenti iniziali dovuti alla mobilizzazione forzata del rame, seguiti da una carenza funzionale.

Questa è una tematica di cui ho parlato in abbondanza nel mio terzo libro ma che dovrò assolutamente approfondire in un mio prossimo saggio che spero uscirà nel 2026. Il saggio è necessario perchè questa problematica è indipendente dalla integrazione di VITAMINA D. L’integrazione (TOS) con VITAMINA D semplicemente esacerba il problema. Lo accelera, implementa… Ma il problema è il nostro stile di vita e il cibo moderno. Il saggio spiegherà il problema e darà SOLUZIONI FACILI DA APPLICARE.

Forse la cosa più preoccupante è che i modelli animali dimostrano che dosi di vitamina D equivalenti all’integrazione umana possono causare una grave calcificazione della media aortica in soli 7 giorni. La tempistica è netta: le settimane 1-2 portano miglioramenti soggettivi, le settimane 4-8 mostrano una soppressione del PTH e un aumento dell’assorbimento di calcio, e entro i mesi 3-6 possono comparire marcatori di calcificazione dei tessuti molli, il tutto mentre i pazienti riferiscono di sentirsi ancora meglio rispetto a prima dell’integrazione.

Studi a lungo termine rivelano l’illusione del beneficio

Il contrasto tra la promessa iniziale e la realtà a lungo termine non potrebbe essere più evidente. Lo studio VITAL, che ha seguito 25.871 partecipanti per oltre 5 anni con 2000 UI di vitamina D3 al giorno, non ha riscontrato alcuna riduzione di eventi cardiovascolari, incidenza di cancro, cadute o fratture, risultati descritti come “robustamente negativi” per la prevenzione primaria. Persino i partecipanti con bassi livelli basali di vitamina D non hanno mostrato benefici cardiovascolari.

Ancora più preoccupante, lo studio australiano D-Health su 21.315 anziani ha riscontrato non solo risultati nulli, ma anche potenziali danni: la mortalità per cancro è aumentata del 24% nelle analisi esplorative escludendo i primi due anni. Allo stesso modo, lo studio DO-HEALTH non ha rilevato alcuna riduzione di cadute, fratture o declino funzionale nonostante 3 anni di integrazione. Una meta-analisi del BMJ su 52 RCT che hanno coinvolto 75.454 partecipanti non ha confermato alcuna associazione con una riduzione della mortalità per tutte le cause.

Il fenomeno è stato soprannominato “paradosso della vitamina D”: nonostante le chiare associazioni tra bassi livelli di vitamina D e patologie negli studi osservazionali, gli studi clinici randomizzati controllati non riescono sistematicamente a dimostrare benefici. Circa il 25% della popolazione è costituito da cosiddetti (li chiamano così e quindi gli danno ancora più ormone!!!!!) “low responder” che sviluppano quello che loro chiamano “una resistenza” acquisita alla vitamina D, richiedendo dosi sempre più elevate per mantenere i miglioramenti iniziali. E questa è la stessa strategia del noto e mai validato da alcuno studio sul campo: METODO COIMBRA. Eppure i suoi promotori medici sono IDOLATRATI per l’effetto “PARADOSSO”.

IL FUNERALE DEL METODO COIMBRA – VITAMINA D

L’analisi combinata di Nature Reviews Endocrinology su oltre 30.000 partecipanti ha concluso che l’integrazione di vitamina D “non previene il cancro, gli eventi cardiovascolari, le cadute o la progressione verso il diabete di tipo 2”.

CREDETEMI… SAREBBE BELLO AVERE UNA PASTICCA PER TUTTE QUESTE COSE… PIACEREBBE ANCHE A ME!

L’astinenza da VITAMINA D rivela la dipendenza metabolica come l’eroina!!!!

Quando si interrompe l’integrazione, il castello di carte metabolico crolla.

Una ricerca condotta su 295 soggetti anziani ha rilevato che tutti i guadagni di densità ossea ottenuti in 3 anni di integrazione sono stati completamente persi entro 2 anni dall’interruzione. I livelli di PTH aumentano significativamente entro soli 3 mesi, aumentando di 3,93 pg/mL in coloro che interrompono l’integrazione, mentre continuano a diminuire in coloro che la mantengono. I tassi di iperparatiroidismo secondario aumentano dal 3,2% durante l’integrazione al 14,5% dopo l’interruzione.

AHHHHH ALLORA BISOGNA ASSUMERLA A VITA! NOOOO!!!!

Il recettore della vitamina D stesso subisce una “potente sottoregolazione” con l’esposizione cronica alla vitamina D attiva, creando una potenziale tolleranza in cui alcuni geni diventano completamente insensibili mentre altri acquisiscono una sensibilità insolita. Questo adattamento del recettore potrebbe spiegare perché i benefici poi scompaiono e perché alcuni individui sviluppano quella che sembra essere una dipendenza funzionale dall’integrazione continua. Interessante vero?

La vitamina D orale aggira le protezioni naturali

Le differenze meccanicistiche tra integrazione ed esposizione al sole rivelano perché la vitamina D orale causa problemi che la produzione naturale di vitamina D non causa. L’esposizione al sole crea solfato di vitamina D3, una forma idrosolubile che circola liberamente nel sangue, mentre gli integratori orali forniscono solo D3 non solfatata che deve essere trasportata attraverso le particelle di LDL. Fondamentalmente, l’esposizione al sole produce fotoisomeri regolatori, tra cui lumisterolo e tachisterolo (leggere l’articolo sul “funerale del Metodo Coimbra), che forniscono meccanismi di feedback completamente assenti nell’integrazione.

L’esposizione naturale ai raggi UV (o con una lampada di fototerapia) crea un fotoequilibrio in cui solo il 15% del 7-deidrocolesterolo si converte in previtamina D3, mentre l’esposizione continua riconverte l’eccesso, prevenendone la sovrapproduzione. La D3 orale bypassa completamente questi meccanismi regolatori evoluti, consentendone l’accumulo a livelli problematici. L’esposizione al sole produce simultaneamente solfato di colesterolo e aumenta la produzione di melanina, fornendo una protezione integrata contro l’eccesso, una protezione completamente assente con le pillole.

La cascata di deplezione dei cofattori è particolarmente dannosa. Tutti gli enzimi che metabolizzano la vitamina D richiedono il magnesio come cofattore e l’integrazione ad alte dosi può “indurre una grave deplezione” (misurabile solo con una biopsia) quando le riserve sono al limite. Con il 79% degli adulti statunitensi che non raggiunge la dose giornaliera raccomandata di magnesio, si crea un circolo vizioso: la carenza di magnesio compromette il metabolismo della vitamina D, richiedendo dosi più elevate che ne riducono ulteriormente il contenuto. Simili andamenti si verificano con la vitamina K2, il rame e la vitamina A e tantissimi altri cofattori come il potassio e tanti altri che ancora neanche conosciamo; tutti diventano carenti o antagonizzati (totalmente in squilibrio) dall’integrazione orale di vitamina D3.

INTEGRAZIONE CON VITAMINA D O FOTOTERAPIA UVB?

Dosi più elevate rivelano danni più evidenti

Le meta-analisi mostrano che le dosi comunemente raccomandate di 3200-4000 UI/die raddoppiano il rischio di ipercalcemia e aumentano le cadute del 25% e i ricoveri ospedalieri del 16%. L’ipercalcemia può verificarsi a livelli di 25(OH)D compresi tra 25 e 60 ng/mL, ben al di sotto delle soglie che gli “esperti” considerano “tossiche” e tradizionalmente riconosciute.

Non so a voi, ma a me gli “esperti” di VITAMINA D mi ricordano un po’ gli “esperti” che si vedevano in TV durante la frode pandemica. In foto sotto vedete il buon e pacato prof. Rezza che si incazza ed il altro a destra un’altra “esperta” da sola in una stanza che indossa la ffp2.

EH MA IO PRENDO ALTI DOSAGGI…

Dosi elevate di vitamina D inducono le cellule muscolari lisce vascolari a trasformarsi in cellule simili agli osteoblasti, in particolare nei pazienti con aterosclerosi, diabete o malattie renali.

L’interazione con lo stato dei cofattori si rivela critica. L’integrazione di magnesio ha effettivamente ridotto i livelli di 25(OH)D quando i livelli basali erano compresi tra 30 e 50 ng/mL, suggerendo che l’organismo tenta di regolare l’eccesso di vitamina D quando vengono somministrati cofattori adeguati. Senza una quantità sufficiente di K2, l’assorbimento di calcio aumentato da D3 porta alla calcificazione dei tessuti molli piuttosto che alla deposizione ossea. La disfunzione degli acidi biliari, comune nelle popolazioni moderne, può abolire completamente l’assorbimento di vitamina D, creando uno scenario in cui dosi più elevate causano danni senza alcun beneficio.

IL VOSTRO “ESPERTO” VE LE DICE QUESTE COSE? DAI, FATEVI UNA RISATINA…

Studi di popolazione confermano che i benefici si verificano principalmente quando il livello basale di 25(OH)D è inferiore a 25 nmol/L (10 ng/mL).
“Livelli” che si possono “ripristinare” naturalmente cambiando stile di vita PER SEMPRE.

Al di sopra di questa soglia di vera carenza, l’integrazione mostra effetti nulli o negativi. Lo studio JAMA del 2010 ha rilevato che dosi molto elevate nelle donne anziane sono associate a un maggior numero di cadute e fratture, non a un minor numero. Attualmente, il 2,8% delle persone assume quantità potenzialmente pericolose superiori a 4000 UI al giorno, mentre il 18% ne assume oltre 1000 UI, dosi che possono causare danni negli individui sani e con livelli adeguati.

Conclusione: mobilizzazione forzata, non vera guarigione

Le prove supportano in modo schiacciante che la fase di “sensazione di benessere” della vitamina D3 orale rappresenti una mobilizzazione forzata del calcio e cambiamenti metabolici compensatori piuttosto che una vera guarigione. Il miglioramento temporaneo avviene a scapito di un equilibrio minerale alterato, cofattori esauriti, downregulation dei recettori e calcificazione vascolare precoce. Mentre i soggetti con carenza grave inferiore a 25 nmol/L (10 ng/mL) possono trarre beneficio da un’attenta integrazione con cofattori adeguati, un po’ di esposizione al sole e soprattutto risolvendo l’infiammazione alle cause sottostanti.

ALLA RADICE!

L’uso diffuso di vitamina D3 per via orale nelle popolazioni con “livelli” considerati “bassi” sembra barattare il sollievo dei sintomi a breve termine con una disfunzione metabolica a lungo termine.

La soluzione non sta nell’assunzione di più pillole di vitamina D, ma nell’affrontare le cause profonde: inadeguata esposizione al sole, carenza di magnesio, scarso flusso biliare e carenza di cofattori, carenza di attività fisica…

ORMONI SOLFATI – VITAMINA D SOLFATA

I complessi meccanismi dell’organismo per produrre e regolare la vitamina D attraverso l’esposizione al sole, tra cui solfatazione, produzione di fotoisomeri e cicli di feedback, non possono essere sostituiti da un’integrazione orale isolata.

Il miglioramento iniziale con la vitamina D3 per via orale può sembrare una guarigione, ma le prove biochimiche suggeriscono che sia semplicemente l’equivalente metabolico di un prestito a scapito della salute futura.

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