ALTRO MITO DA SFATARE: “I CACCIATORI RACCOGLITORI MORIVANO A 30 ANNI”

Scritto da Angelo

Categorie: Nutrizione | Salute

12 Febbraio 2017

Questo incredibile lavoro (1) di Michael Gurven (2) e Hillard Kaplan (3), due brillanti antropologi di fama mondiale, distrugge in maniera inequivocabile il mito perpetrato inesorabilmente dai detrattori delle teorie “evoluzionistiche”: i cacciatori raccoglitori morivano come mosche all’età di 30 anni.

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Vediamo come si articola lo studio e i punti salienti:

Lo scopo dell’articolo è stato quello di valutare il modello relativo ai tassi di mortalità umana con particolare enfasi sui cambiamenti della curva associata alla distribuzione di probabilità in relazione all’invecchiamento.

Gli autori volevano dimostrare l’esistenza di una funzione caratteristica relativa al profilo di mortalità, tale da avere un primo decremento durante l’infanzia con un successivo incremento con l’invecchiamento.

“Quante persone raggiungono l’età post riproduttiva in natura? Qual è la probabilità di raggiungere l’anzianità?”

“Esiste un’età modale caratteristica per la nostra specie? Quali informazioni ci potrebbe fornire circa i parametri di invecchiamento e circa l’evoluzione della durata della vita?” 

“E quali sono le cause di morte principali?”

Gli autori hanno utilizzato tribù di cacciatori raccoglitori “contemporanei” e popolazioni “miste” che hanno introdotto anche qualche forma di orticoltura o hanno subito una qualche influenza del mondo occidentale.

cacciatori

Per lo studio sono state valutate 3 categorie:

-Cacciatori-raccoglitori “puri”: !Kung, Ache, Agta, Hadza, Hiwi

-Cacciatori-Orticoltori: Yanomamo Xilixana, Yanomamo Xilixana “brasiliani”,Yanomamo,Tsimane, Machiguenga, Gainj

-Cacciatori raccoglitori “acculturati”: !Kung, Agta, Warao, Aborigeni dei territori del nord, Tiwi, Hiwi, Ache stanziali

La prima categoria rappresenta un campione di persone “vergini” dalle amenità del mondo occidentale, mentre i cacciatori raccoglitori “acculturati” hanno subito una certa influenza, in termini di cibo, medicinali, e altro.

Da notare che troviamo anche gruppi etnici in comune tra le due categorie (!Kung, Agla, Ache, Hiwi), segno che alcune tribù hanno subito un processo di avvicinamento allo stile di vita “moderno”.

Infine, sono stati analizzati anche i dati relativi agli scimpanzè e agli svedesi del diciottesimo secolo.

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La conclusione degli autori è che esiste un modello caratteristico di durata della vita per la nostra specie, nel quale il tasso di mortalità diminuisce fortemente dopo l’infanzia, seguito da un periodo nel quale esso rimane essenzialmente costante fino ai 40 anni di età.

Oltre i 40 anni, la mortalità sale costantemente seguendo la legge di Gompertz (4).

L’ età modale (cioè il valore più frequente nella distribuzione di probabilità) della morte in età adulta è di circa 72 anni, con un range dai 68 ai 78 anni, prima dei quali gli umani rimangono produttori vigorosi, mentre dopo subiscono un invecchiamento rapido e muoiono. (altro che i loro “coetanei” farmaco-dipendenti nella nostra società, che si trascinano debolmente per gran parte della loro età adulta verso un lento, atroce ed inesorabile declino psico-fisico).

2

Gli autori ipotizzano che il corpo umano sia “progettato” per funzionare bene per circa 70 anni nell’ambiente in cui il Sapiens si è evoluto.

I tassi di mortalità differiscono tra le varie popolazioni e tra periodi diversi, specialmente in relazione al rischio di morte violenta. Tuttavia, queste differenze sono piccole in un prospetto comparativo tra specie diverse.

Le similitudini nei profili di mortalità di popolazioni tradizionali che vivono in vari ambienti è impressionante.

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I gruppi campione utilizzati in questo studio sono di gran lunga più grandi di qualsiasi altro effettuato in precedenza.

Molto probabilmente, è stata anche l’ultima opportunità, in quanto le popolazioni di cacciatori raccoglitori si stanno estinguendo in maniera esponenziale (a causa “nostra” ovviamente 5).

In media, rispettivamente il 57%, il 64% e il 67% dei bambini nati nelle 3 categorie (cacciatori-raccoglitori puri, cacciatori-orticoltori, cacciatori-raccoglitori acculturati), sopravvivono fino all’età di 15 anni.

Di quelli che raggiungono tale età, il 64%, il 61% e il 79% (rispettivamente alle 3 categorie nell’ordine sovrastante) sopravvivono fino a 45 anni.

La media dell’aspettativa di vita, una volta raggiunti i 45 anni, è di circa 20.7 anni per i cacciatori-raccoglitori puri, 19.8 per i cacciatori-orticoltori, 24.6 per i cacciatori-raccoglitori acculturati.

Di seguito il grafico relativo all’aspettativa di vita in funzione dell’età:

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Notiamo che i profili sono quasi sovrapponibili, ad eccezione degli Hiwi, che hanno oltre 10 anni in meno rimanenti durante i primi anni e oltre 5 anni in meno durante l’età adulta, e gli Hadza, la cui aspettativa di vita ad ogni età è di 2 anni maggiore rispetto agli altri gruppi, incluso gli svedesi.

Gli scimpanzè mostrano un corso della vita notevolmente diverso, con una maggiore mortalità e una minore sopravvivenza in relazione all’età.

Passiamo ora ad una delle domande più interessanti: “Ma di cosa si muore in natura?”

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Le malattie degenerative sono relativamente poche, confinate a problemi cerebrovascolari nell’infanzia e nella vecchiaia, in assenza di sintomi ovvi o patologie. Infarti e attacchi cardiaci (che occorrono perlopiù durante il sonno) sono molto rari e non rappresentano una considerevole causa di morte durante la senescenza.

Tra queste popolazioni esiste un rischio minimo di malattie cardiovascolari, l’obesità è molto rara, così come l’ipertensione.

Le principali cause di morte sono dovute a infezioni, omicidi, guerre tra tribù (nota personale: dovute principalmente alla scarsità di risorse provocata dalla pressione del mondo occidentale) e incidenti.

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Da notare anche che esistono problemi metodologici che rendono difficile una stima dell’età negli individui più anziani.

In conclusione, tralasciando il rischio legato ad una morte violenta o ad una malattia acuta, la durata media della vita delle popolazioni tradizionali, non diverge di molto da quella del mondo occidentale.

Quello che cambia in modo considerevole, invece, è l’incidenza delle malattie degenerative, piaga del nostro mondo.

Molto interessante l’effetto che ha avuto l’acculturamento sulle popolazioni studiate.

In alcune tribù (Ache ad esempio), il periodo di contatto con le popolazioni moderne ha portato ad un vero e proprio disastro in termini di malattie infettive, arrivando a sterminare quasi metà della popolazione.

La mortalità infantile è aumentata ma è diminuita quella in età adolescenziale e adulta.

Da notare che la seconda è diminuita perché, diventando stanziali, sono diminuiti gli incidenti e gli omicidi anche grazie agli interventi medici di pronto soccorso.

Inoltre, i pochi miglioramenti che si hanno in giovane età, vengono ampiamente controbilanciati dal graduale declino in senescenza (vi ricorda qualcosa?)

Vediamo che le cause di morte legate alle malattie acute sono in media del  70%, quelle legate agli incidenti e violenza sono del 20%  e quelle degenerative hanno una media del 9%. Se analizziamo però l’incidenza di malattie degenerative nei cacciatori raccoglitori puri vediamo un 8.3% negli Ache e un 3.7% nei !Kung, mentre gli stessi Ache in “versione acculturata” passano al 20.2% e gli Aborigeni dei territori del Nord acculturati presentano un 24.3%.

Insomma, diminuisce la mortalità accidentale e infettiva ma aumentano le malattie degenerative.

Gli Agta e dai Xilixana Yanomamo poi, che sono passati a fare i CONTADINI, e vivono in aree più popolate con poche possibilità di caccia e raccolta, hanno fronteggiato un netto peggioramento delle condizioni di vita, con un netto aumento della mortalità infantile e nell’età adulta.

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Questo fornisce un ulteriore riscontro sui “danni” provocati dall’adozione di pratiche che cozzano contro la nostra programmazione biologica, e abbraccia direttamente le evidenze fornite dalla nostra prima fase neolitica, un vero e proprio disastro.

Sul nostro blog si era parlato della nostra aspettativa di vita e dell’ aspettativa di vita “sana” (6), calata notevolmente negli ultimi anni (dove il concetto di sano non ha comunque niente a che vedere con il fitness dei cacciatori raccoglitori 7,8).

Gli autori concludono contraddicendo la visione tradizionale Hobbesiana di una orrenda, brutta e sofferta vita preistorica e fanno a pezzi il mantra “pochi individui passavano i 40 anni” perpetrato dalla patetica informazione di mainstream volta a proteggere la dominance mondiale.

Riferimenti scientifici:
clicca gli iperlink nel testo.

 

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